“Il racconto di mio padre Mario”:
memoria familiare di Gennaro Coppola
La storia di Gennaro Coppola, ucciso dai tedeschi nel 1943 durante una rappresaglia nazista tra il quartiere napoletano di Ponticelli e il vicino comune di Cercola, vive ancora oggi nel ricordo della sua famiglia.
A tramandarla è la voce dell’insegnante Annamaria Coppola, figlia di Mario e nipote di Gennaro, che racconta quanto ha ascoltato per tutta la vita dal proprio padre: allora quindicenne, testimone diretto di quei giorni tragici e sopravvissuto nascondendosi con la famiglia in un ricovero vicino casa.
In questa intervista emerge una memoria intima e familiare della guerra: la paura, la perdita, la forza di una madre rimasta sola con sette figli e il desiderio, coltivato negli anni successivi, di cercare soprattutto la pace.
Maestra Annamaria Coppola, suo padre, che era presente il giorno in cui suo nonno Gennaro fu assassinato dai nazisti, le ha mai raccontato come si svolse l’esecuzione?
Nei racconti di mio padre, il nonno mandò tutta la famiglia in un ricovero vicino casa e lui rimase lì di guardia. Arrivarono i tedeschi. Uno dei due aveva riconosciuto mio nonno come il salumiere che aveva dato loro del pane nei giorni precedenti e voleva risparmiarlo; ma il suo superiore gli puntò la pistola — o comunque un’arma, non ricordo bene — alla tempia e gli intimò di ucciderlo, altrimenti avrebbe ucciso lui.
Così portarono mio nonno in campagna, dietro casa, e sotto un albero di limoni fu eseguito l’ordine.
Che cosa ricordava suo padre degli ultimi momenti trascorsi prima dell’arrivo dei tedeschi e della decisione di suo nonno di restare a casa?
Mio padre aveva 15 anni e raccontava momenti di grande terrore tutte le volte che suonava la sirena: bisognava proteggere i fratelli e le sorelle più piccoli.
Anche quel giorno corse nel ricovero vicino casa con il resto della famiglia, come il nonno aveva deciso. Fu molto duro lasciarlo lì, a casa, da solo.
Dopo l’uccisione di suo nonno, quali furono le conseguenze per la famiglia e per la vita di suo padre, ancora così giovane?
Non fu facile andare avanti, ma la nonna è stata una guerriera. Aveva sette figli: quattro maschi e tre femmine. I più grandi avevano poco più dell’età di mio padre, quindi erano tutti ancora molto giovani.
Si sono tutti rimboccati le maniche, come si suol dire, e si sono dati da fare: tanti sacrifici e tanto lavoro.
Mio padre ha sempre avuto sentimenti contrastanti nei confronti dei partigiani. In qualche modo pensava che fosse anche colpa loro, perché avevano ucciso un tedesco pochi giorni prima e tutto era iniziato per questo motivo. Era il pensiero di un ragazzino che aveva incontrato più di una volta i tedeschi e non li aveva sempre visti così cattivi; un ragazzino che aveva perso il padre in quel modo.
Ne ha sempre parlato con gli occhi velati di lacrime e, fino ai suoi 93 anni, il suo racconto è sempre stato lucido: era chiaro che gli faceva ancora molto male.
Per suo padre Mario la parola “pace” deve essere stata molto importante…
Penso che, dopo la tragedia che colpì la sua famiglia nel lontano 1943, mio padre abbia sempre cercato la pace: in famiglia, con gli amici e tra i parenti. Ricordo che voleva solo quello; diceva che era la cosa più importante.
È stato un padre con una mentalità aperta, al passo con i tempi, e ha lasciato a noi figli la libertà di scegliere e di fare, già da piccoli, ciò che volevamo. Diceva che dovevamo fare tutto quello che lui non aveva mai potuto fare e apprezzare tutto ciò che la vita ci donava.
Che significato ha avuto per la vostra famiglia il riconoscimento di suo nonno come Caduto per la Lotta di Liberazione?
Mio padre — e di conseguenza anche noi — non abbiamo mai pensato molto al riconoscimento ricevuto: non è mai stato così importante.
Fummo invitati all’inaugurazione del monumento dedicato a tutte le vittime della strage di Ponticelli e ricordo che andammo. Quel monumento, però, oggi è abbandonato a se stesso.
Con questa breve intervista, il ricordo tramandato da Annamaria Coppola restituisce una prospettiva familiare e profondamente umana della guerra. Non solo il racconto della morte di Gennaro Coppola, ma anche la vita che è continuata dopo: la fatica di crescere senza un padre, la determinazione di una madre rimasta sola con sette figli e il desiderio di pace maturato da chi, da ragazzo, aveva conosciuto troppo presto la violenza della guerra.
La memoria di questi eventi, custodita nelle storie di famiglia, continua ancora oggi a dare voce a chi li ha vissuti e a ricordarci quanto la guerra sia capace di spezzare vite, affetti e comunità. Per questo ricordare non significa soltanto guardare al passato, ma anche ribadire con forza la necessità di difendere sempre e ovunque il valore della pace, affinché tragedie simili non debbano più ripetersi. (a cura di Carlo Silvano)
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