venerdì 31 luglio 2026

Pollena Trocchia, è possibile istituire una farmacia comunale?

Un legame che continua con Pollena Trocchia

Pur vivendo oggi in provincia di Treviso, sento di appartenere ancora, almeno in parte, alla comunità di Pollena Trocchia. Ho trascorso nel mio paese trentadue anni della mia vita e vi conservo ancora oggi i legami più profondi: quelli con la mia famiglia di origine, con tanti ricordi e con una terra che continua a occupare un posto speciale nel mio cuore.

Per questo motivo ho deciso di scrivere una lettera aperta al Sindaco, arch. Carlo Esposito, condividendo una riflessione che nasce dal desiderio di offrire un contributo costruttivo al futuro della nostra comunità.

La proposta riguarda l’eventuale istituzione di una farmacia comunale nell’area compresa tra i rioni Tartaglia e Micillo, naturalmente qualora gli studi tecnici e la normativa vigente ne confermassero la concreta fattibilità. Non intendo avanzare una richiesta né esprimere critiche verso l’attuale organizzazione dei servizi; desidero semplicemente suggerire un’idea che, a mio avviso, merita di essere approfondita.

Una farmacia comunale potrebbe rappresentare un importante presidio di sanità territoriale, offrendo ai cittadini servizi sempre più vicini alle loro esigenze e, al tempo stesso, costituire una risorsa per il Comune, consentendo di reinvestire eventuali utili in favore dell’intera collettività.

Pubblico questa lettera con uno spirito di dialogo e di critica costruttiva, nella speranza che possa favorire un confronto sereno tra amministratori, operatori sanitari e cittadini. Credo, infatti, che il bene di una comunità si costruisca anche attraverso il contributo di chi, pur vivendo lontano, continua a sentirsi parte della propria terra e desidera vederla crescere nei servizi, nella solidarietà e nella qualità della vita.

Ecco il testo della lettera inviata ieri al Sindaco di Pollena Trocchia:

 

Al Signor Sindaco del Comune di Pollena Trocchia

Arch. Carlo Esposito

Egregio Signor Sindaco,

pur vivendo ormai da molti anni in provincia di Treviso, c’è una parte del mio cuore che continua ad abitare a Pollena Trocchia. In questo paese ho vissuto per trentadue anni della mia vita, vi sono cresciuto, ho costruito amicizie, ho conosciuto persone che ancora oggi ricordo con affetto e, soprattutto, qui risiede la mia famiglia di origine. Ogni volta che ritorno, non mi sento un visitatore, ma una persona che ritrova una parte della propria storia.

Proprio questo legame mi spinge a condividere con Lei e con l’intera Amministrazione comunale una riflessione che nasce esclusivamente dall’amore per Pollena Trocchia e dal desiderio di vedere il nostro paese crescere nei servizi e nella qualità della vita.

Negli ultimi anni la sanità italiana è profondamente cambiata. Sempre più spesso si parla di medicina territoriale, di prevenzione e di servizi di prossimità. È una direzione giusta, perché la salute dei cittadini non si tutela soltanto negli ospedali, ma anche attraverso quei presìdi che accompagnano le persone nella vita quotidiana.

Per questo motivo ritengo che meriti di essere attentamente valutata la possibilità di istituire una farmacia comunale nell’area compresa tra i rioni Tartaglia e Micillo, naturalmente qualora gli studi tecnici e la normativa vigente ne confermassero la concreta fattibilità.

Una farmacia comunale non dovrebbe essere vista semplicemente come un nuovo punto vendita di medicinali. Potrebbe diventare un luogo di ascolto, di prevenzione, di consulenza sanitaria e di vicinanza soprattutto verso gli anziani, le persone con disabilità, i malati cronici e le famiglie con bambini. Potrebbe offrire numerosi servizi oggi sempre più richiesti dai cittadini, contribuendo a rendere la sanità più vicina alle persone.

Penso ai tanti anziani che spesso hanno difficoltà negli spostamenti, alle famiglie che devono assistere un genitore malato, ai cittadini che necessitano di controlli periodici o semplicemente di un consiglio professionale. Un presidio sanitario di quartiere rappresenterebbe un aiuto concreto nella vita di ogni giorno.

Esiste poi un altro aspetto che considero altrettanto importante. Una farmacia comunale ben amministrata non costituisce soltanto un servizio pubblico, ma può diventare anche una risorsa economica per il Comune. Gli eventuali utili derivanti dalla gestione potrebbero essere reinvestiti nella collettività, sostenendo iniziative sociali, servizi per gli anziani, interventi a favore delle persone più fragili, progetti educativi e campagne di prevenzione. Sarebbe un esempio concreto di come un bene pubblico possa produrre benefici che ritornano interamente alla comunità.

Naturalmente sono consapevole che una scelta di questo genere richiede approfondimenti tecnici, verifiche normative, valutazioni economiche e un confronto con la Regione Campania e con l’ASL competente. Nessuno pretende scorciatoie né decisioni affrettate. Proprio per questo il mio auspicio è che possa essere promosso uno studio di fattibilità serio, trasparente e partecipato, capace di valutare con rigore tutti gli aspetti dell’iniziativa.

Credo che amministrare significhi anche saper immaginare il futuro. Le comunità crescono quando non si limitano a gestire l’ordinario, ma progettano servizi che rispondano ai bisogni delle generazioni presenti e di quelle che verranno. Una farmacia comunale, se realizzabile, potrebbe rappresentare uno di questi investimenti lungimiranti.

Mi permetto infine di rivolgere un pensiero ai miei concittadini di Pollena Trocchia. Le idee migliori non appartengono mai a una sola persona, ma diventano patrimonio comune quando vengono discusse con serenità e senza pregiudizi. Mi auguro, quindi, che questa proposta possa essere considerata come un’occasione di confronto costruttivo, al di là delle appartenenze politiche, avendo come unico riferimento il bene della comunità.

Signor Sindaco, Le affido queste riflessioni con il rispetto dovuto al Suo ruolo e con l’affetto sincero di chi, pur vivendo lontano, continua a sentirsi profondamente legato alla terra nella quale è cresciuto. Le sarei grato se volesse promuovere ogni opportuno approfondimento affinché si possa verificare se questa idea possa tradursi, un giorno, in una concreta opportunità per Pollena Trocchia.

Con i migliori auguri di buon lavoro a Lei, alla Giunta comunale e a tutto il Consiglio Comunale, La saluto cordialmente.

Carlo Silvano - Villorba (Treviso)

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martedì 2 giugno 2026

Quei cattivi odori che non possono essere ignorati: difendere la salute e l'ambiente a Pollena Trocchia

Quei cattivi odori che non possono essere ignorati:

difendere la salute e l'ambiente a Pollena Trocchia

Già negli anni Ottanta e Novanta, quando risiedevo al rione Tartaglia, si percepivano i malefici fumi sprigionati dalla combustione di materiale plastico, che certe persone irresponsabili bruciavano per ricavare il rame da materiali rubati. E ancora oggi, in diverse zone di Pollena Trocchia, numerosi cittadini segnalano la presenza di odori particolarmente intensi e sgradevoli, spesso riconducibili alla combustione di materiali plastici o di altri rifiuti. Si tratta di episodi che generano preoccupazione, disagio e un crescente senso di allarme nella popolazione. Quando l’aria che si respira assume l’odore tipico della plastica bruciata, il problema non può essere considerato una semplice molestia olfattiva: si entra nel campo della tutela della salute pubblica e della difesa dell’ambiente.

Il buon senso, prima ancora delle norme, suggerisce che nessuna comunità dovrebbe essere costretta a convivere con emissioni sospette che compromettono la qualità dell’aria. Ma vi è anche un preciso riferimento ai principi contenuti nello Statuto comunale di Pollena Trocchia, che attribuisce grande importanza alla tutela della salute dei cittadini e alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio. Sono valori fondamentali che devono tradursi in un impegno concreto e costante da parte delle istituzioni e della collettività.

La combustione illecita di rifiuti, soprattutto di materiali plastici, può liberare nell’atmosfera sostanze altamente nocive. Gli effetti possono interessare in modo particolare bambini, anziani, persone affette da patologie respiratorie e soggetti fragili. Anche quando gli episodi sono sporadici, essi non possono essere sottovalutati, poiché contribuiscono al deterioramento della qualità ambientale e alimentano una percezione di insicurezza tra i residenti.

Bruciare rifiuti non è soltanto un comportamento irresponsabile: è un fatto che può integrare gravi violazioni delle norme poste a tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Quando vengono incendiati materiali plastici, gomma o altri rifiuti speciali, si produce un danno che non riguarda soltanto chi compie l’azione, ma l’intera comunità che subisce le conseguenze dell’inquinamento atmosferico.

Per questo motivo è importante che ogni episodio sospetto venga segnalato tempestivamente alle autorità competenti e che venga mantenuta alta l’attenzione sul fenomeno. La collaborazione tra cittadini, amministrazione comunale, polizia locale, forze dell’ordine e organismi di controllo ambientale rappresenta uno strumento essenziale per prevenire e contrastare tali comportamenti.

Difendere l’ambiente significa difendere la salute. Difendere la salute significa tutelare il diritto dei cittadini a vivere in un territorio sicuro, pulito e rispettoso della qualità della vita. Pollena Trocchia possiede un patrimonio umano, storico e ambientale che merita di essere protetto con determinazione. Nessun interesse privato, nessuna cattiva abitudine e nessun comportamento illegale possono prevalere sul diritto della comunità a respirare aria pulita.

La tutela dell’ambiente non è una battaglia di pochi, ma una responsabilità di tutti. E ogni volta che un cattivo odore invade le strade e le case del paese, è dovere di ogni cittadino ricordare che la salute pubblica e il rispetto del territorio non sono beni negoziabili, ma valori da difendere con fermezza e senso civico. (Carlo Silvano)

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sabato 30 maggio 2026

Conoscere lo Statuto comunale: un dovere civico per ogni cittadino di Pollena Trocchia

  Conoscere lo Statuto comunale:

un dovere civico per ogni cittadino di Pollena Trocchia

Molti cittadini ignorano persino la sua esistenza, eppure lo Statuto comunale è uno dei documenti più importanti per la vita democratica di una comunità. Non riguarda soltanto il Sindaco, gli assessori, i consiglieri comunali o i dipendenti dell’ente: riguarda tutti. Anche a Pollena Trocchia, conoscere lo Statuto comunale dovrebbe essere considerato un vero dovere civico, perché in quelle pagine sono contenuti i principi, i valori e le regole fondamentali che guidano la vita della città.

Lo Statuto non è un testo tecnico destinato esclusivamente agli addetti ai lavori. È, in sostanza, la “carta d’identità istituzionale” del Comune. Stabilisce quali sono i diritti dei cittadini, quali principi devono ispirare l’azione amministrativa, quali strumenti di partecipazione esistono e quali valori la comunità intende promuovere. Ignorarlo significa rinunciare a comprendere il funzionamento della propria città e il modo in cui vengono prese decisioni che incidono sulla vita quotidiana di tutti.

In un’epoca in cui spesso si parla di crisi della partecipazione e di distanza tra cittadini e istituzioni, la conoscenza dello Statuto potrebbe rappresentare un importante punto di ripartenza. Sapere, ad esempio, che il Comune riconosce la centralità della persona, promuove la solidarietà, tutela la dignità umana, sostiene le famiglie e favorisce la partecipazione democratica aiuta a comprendere non solo i diritti di ciascuno, ma anche i doveri verso la collettività.

Conoscere lo Statuto significa anche diventare cittadini più consapevoli. Chi conosce le regole può partecipare con maggiore responsabilità alla vita pubblica, può controllare meglio l’operato delle istituzioni, può avanzare proposte, difendere i propri diritti e contribuire in modo costruttivo al bene comune. Una comunità cresce quando i cittadini non delegano tutto alla politica, ma scelgono di essere parte attiva della vita civile.

Questo discorso riguarda tutte le generazioni. I giovani dovrebbero avvicinarsi allo Statuto perché rappresenta una scuola concreta di educazione civica e di democrazia. Gli adulti dovrebbero conoscerlo per esercitare pienamente i propri diritti e partecipare con maggiore consapevolezza alle scelte amministrative. Gli anziani, custodi della memoria e dell’identità della comunità, possono trasmettere alle nuove generazioni il valore dell’impegno civico e della partecipazione.

Lo Statuto comunale, inoltre, non contiene soltanto norme organizzative, ma riflette una visione della società. Leggerlo significa comprendere quali siano i principi su cui Pollena Trocchia intende costruire il proprio futuro: dignità della persona, solidarietà, tutela delle fasce più deboli, trasparenza amministrativa e partecipazione democratica.

Per questo sarebbe utile promuovere momenti pubblici di conoscenza dello Statuto nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie e nei luoghi di aggregazione. Una cittadinanza informata è una cittadinanza più libera, più responsabile e più forte.

La democrazia locale non vive soltanto nelle aule del Consiglio comunale. Vive soprattutto nella consapevolezza dei cittadini. E conoscere lo Statuto del proprio Comune rappresenta uno dei primi passi per sentirsi davvero parte della comunità di Pollena Trocchia. (Carlo Silvano)

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venerdì 22 maggio 2026

Luce tra le rovine (in memoria di Sara e Lyuba)

 
 Luce tra le rovine

Nel silenzio d’un cantiere spento,
dove il vento passava senza nome,
due anime hanno lasciato la terra
tra le crepe fredde dell’abbandono.

Eppure Dio conosce ogni volto,
ogni lacrima nascosta nella notte,
ogni ferita che il mondo non vede,
ogni passo stanco sulle strade dure.

Nessuna donna nasce per essere merce,
nessun cuore per essere comprato;
siamo tutti figli della stessa luce,
respiri vivi nelle mani del Padre.

Che questa morte parli alle coscienze,
non con rabbia, ma come una campana
che sveglia il sonno dell’indifferenza
e richiama gli uomini alla misericordia.

Perché quando una donna è costretta
a vendere il proprio dolore al buio,
tutta la società perde qualcosa,
e il cielo stesso si fa più triste.

Ma Cristo cammina ancora tra le rovine,
porta pane dove manca amore,
accende candele nelle periferie
e chiama per nome chi il mondo dimentica.

Per loro oggi salga una preghiera lieve:
che trovino pace tra le braccia eterne,
e che sulla terra cresca finalmente
un tempo più giusto, più puro, più umano.

Che ogni donna sia custodita,
amata, rispettata nella sua dignità,
e che nessun uomo scelga mai la violenza
dove Dio aveva seminato vita.

(Carlo Silvano – 22 maggio 2026)

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martedì 3 marzo 2026

Rappresaglia di Ponticelli - Cercola, “Il racconto di mio padre Mario”: memoria familiare di Gennaro Coppola

 

Il racconto di mio padre Mario”:

memoria familiare di Gennaro Coppola

La storia di Gennaro Coppola, ucciso dai tedeschi nel 1943 durante una rappresaglia nazista tra il quartiere napoletano di Ponticelli e il vicino comune di Cercola, vive ancora oggi nel ricordo della sua famiglia.

A tramandarla è la voce dell’insegnante Annamaria Coppola, figlia di Mario e nipote di Gennaro, che racconta quanto ha ascoltato per tutta la vita dal proprio padre: allora quindicenne, testimone diretto di quei giorni tragici e sopravvissuto nascondendosi con la famiglia in un ricovero vicino casa.

In questa intervista emerge una memoria intima e familiare della guerra: la paura, la perdita, la forza di una madre rimasta sola con sette figli e il desiderio, coltivato negli anni successivi, di cercare soprattutto la pace.

Maestra Annamaria Coppola, suo padre, che era presente il giorno in cui suo nonno Gennaro fu assassinato dai nazisti, le ha mai raccontato come si svolse l’esecuzione?

Nei racconti di mio padre, il nonno mandò tutta la famiglia in un ricovero vicino casa e lui rimase lì di guardia. Arrivarono i tedeschi. Uno dei due aveva riconosciuto mio nonno come il salumiere che aveva dato loro del pane nei giorni precedenti e voleva risparmiarlo; ma il suo superiore gli puntò la pistola — o comunque un’arma, non ricordo bene — alla tempia e gli intimò di ucciderlo, altrimenti avrebbe ucciso lui.

Così portarono mio nonno in campagna, dietro casa, e sotto un albero di limoni fu eseguito l’ordine.

Che cosa ricordava suo padre degli ultimi momenti trascorsi prima dell’arrivo dei tedeschi e della decisione di suo nonno di restare a casa?

Mio padre aveva 15 anni e raccontava momenti di grande terrore tutte le volte che suonava la sirena: bisognava proteggere i fratelli e le sorelle più piccoli.

Anche quel giorno corse nel ricovero vicino casa con il resto della famiglia, come il nonno aveva deciso. Fu molto duro lasciarlo lì, a casa, da solo.

Dopo l’uccisione di suo nonno, quali furono le conseguenze per la famiglia e per la vita di suo padre, ancora così giovane?

Non fu facile andare avanti, ma la nonna è stata una guerriera. Aveva sette figli: quattro maschi e tre femmine. I più grandi avevano poco più dell’età di mio padre, quindi erano tutti ancora molto giovani.

Si sono tutti rimboccati le maniche, come si suol dire, e si sono dati da fare: tanti sacrifici e tanto lavoro.

Mio padre ha sempre avuto sentimenti contrastanti nei confronti dei partigiani. In qualche modo pensava che fosse anche colpa loro, perché avevano ucciso un tedesco pochi giorni prima e tutto era iniziato per questo motivo. Era il pensiero di un ragazzino che aveva incontrato più di una volta i tedeschi e non li aveva sempre visti così cattivi; un ragazzino che aveva perso il padre in quel modo.

Ne ha sempre parlato con gli occhi velati di lacrime e, fino ai suoi 93 anni, il suo racconto è sempre stato lucido: era chiaro che gli faceva ancora molto male.

Per suo padre Mario la parola “pace” deve essere stata molto importante…

Penso che, dopo la tragedia che colpì la sua famiglia nel lontano 1943, mio padre abbia sempre cercato la pace: in famiglia, con gli amici e tra i parenti. Ricordo che voleva solo quello; diceva che era la cosa più importante.

È stato un padre con una mentalità aperta, al passo con i tempi, e ha lasciato a noi figli la libertà di scegliere e di fare, già da piccoli, ciò che volevamo. Diceva che dovevamo fare tutto quello che lui non aveva mai potuto fare e apprezzare tutto ciò che la vita ci donava.

Che significato ha avuto per la vostra famiglia il riconoscimento di suo nonno come Caduto per la Lotta di Liberazione?

Mio padre — e di conseguenza anche noi — non abbiamo mai pensato molto al riconoscimento ricevuto: non è mai stato così importante.

Fummo invitati all’inaugurazione del monumento dedicato a tutte le vittime della strage di Ponticelli e ricordo che andammo. Quel monumento, però, oggi è abbandonato a se stesso.

Con questa breve intervista, il ricordo tramandato da Annamaria Coppola restituisce una prospettiva familiare e profondamente umana della guerra. Non solo il racconto della morte di Gennaro Coppola, ma anche la vita che è continuata dopo: la fatica di crescere senza un padre, la determinazione di una madre rimasta sola con sette figli e il desiderio di pace maturato da chi, da ragazzo, aveva conosciuto troppo presto la violenza della guerra.

La memoria di questi eventi, custodita nelle storie di famiglia, continua ancora oggi a dare voce a chi li ha vissuti e a ricordarci quanto la guerra sia capace di spezzare vite, affetti e comunità. Per questo ricordare non significa soltanto guardare al passato, ma anche ribadire con forza la necessità di difendere sempre e ovunque il valore della pace, affinché tragedie simili non debbano più ripetersi. (a cura di Carlo Silvano)

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lunedì 29 dicembre 2025

Gesù di Nazareth: ebreo nella storia, non strumento ideologico

 

Gesù di Nazaret:

ebreo nella storia,

non strumento ideologico

di Carlo Silvano 

Negli ultimi tempi circolano sui social post che affermano con disinvoltura che Gesù Cristo fosse “palestinese”. Spesso queste affermazioni non nascono da uno studio serio dei Vangeli o della storia, ma da slogan ideologici proiettati sul passato per sostenere conflitti e letture politiche del presente. Il risultato è una confusione che non aiuta né la verità storica né il dialogo tra i popoli. Alla luce dei Vangeli, però, l’identità di Gesù è chiara e non ambigua: Gesù di Nazaret era ebreo.

I testi evangelici non lasciano spazio a interpretazioni arbitrarie. Gesù nasce da Maria, ebrea, ed è inserito esplicitamente nella genealogia di Abramo e di Davide. Viene circonciso l’ottavo giorno secondo la Legge di Mosè, presentato al Tempio, cresce frequentando la sinagoga, osserva il sabato, celebra le feste ebraiche e sale a Gerusalemme per la Pasqua. Parla ai “figli di Israele”, si riferisce alla Legge e ai Profeti come alla sua eredità, e dichiara di non essere venuto ad abolirli, ma a portarli a compimento. Anche i suoi interlocutori lo riconoscono come “Giudeo”, e sulla croce viene affissa l’iscrizione: “Gesù il Nazareno, re dei Giudei”. Tutto questo non è un dettaglio secondario, ma il contesto reale e concreto dell’Incarnazione.

Dire che Gesù era palestinese è un anacronismo storico. Al tempo di Gesù non esisteva una nazione palestinese in senso moderno; la regione era conosciuta come Giudea e Galilea, abitata in larga parte dal popolo ebraico e inserita nell’Impero romano. Attribuire a Gesù un’identità politica moderna significa piegare la storia a una narrazione ideologica, impoverendo il messaggio evangelico e falsando la realtà.

Questa confusione chiama in causa una responsabilità educativa seria. La scuola ha il dovere di insegnare la storia con rigore, distinguendo tra fatti, interpretazioni e propaganda. Non si rende un buon servizio alla pace deformando la verità. Anche i cattolici, e in modo particolare i sacerdoti, hanno una responsabilità ancora più grande. Annunciare Cristo significa annunciare il Cristo reale, non quello adattato alle mode culturali del momento. Tacere o lasciar passare affermazioni false sulla sua identità equivale a indebolire la fede e a rendere il Vangelo un contenitore vuoto, manipolabile.

Riconoscere che Gesù era ebreo non è una posizione politica, ma un atto di onestà storica e teologica. È proprio dalla fedeltà alle promesse fatte a Israele che nasce l’universalità del messaggio cristiano. Gesù non cancella le sue radici, le compie. Solo partendo dalla verità della sua identità si può comprendere davvero chi è Cristo e perché la sua parola parla a ogni uomo, di ogni popolo e di ogni tempo. La verità non divide: educa, libera e rende responsabili.

venerdì 5 dicembre 2025

La complicità del silenzio: quando giustificare il male ferisce la vita e l’anima

 

La complicità del silenzio:

quando giustificare il male ferisce

la vita e l’anima

di Carlo Silvano 

Nel Vangelo, Gesù è chiaro: il male non si limita a ciò che si compie, ma include ciò che approviamo nel cuore. Egli avverte che già i pensieri malvagi e le intenzioni corrotte deformano l’anima: «Dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, furti, falsi testimoni, bestemmie» (Mt 15,19). Così anche chi non compie direttamente un atto ingiusto, ma lo giustifica o lo minimizza, si rende complice di una deriva morale. La fede cristiana illumina le azioni e le scelte e invita ogni uomo a vivere secondo la verità che libera, ricordando che ciò che tolleriamo nel cuore finisce col generare male nel mondo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma chiaramente che non si è innocenti solo perché non si agisce direttamente: chi approva, difende o banalizza il male, contribuisce alla sua diffusione (CCC 1868). Questa responsabilità morale riguarda chi giustifica comportamenti contrari alla dignità umana, anche se non li pratica personalmente. È la logica dell’indifferenza, condannata da Cristo quando ammonisce: «Chi non raccoglie con me, disperde» (Lc 11,23). La complicità silenziosa permette al male di radicarsi e di sembrare normale.

Alla luce del Vangelo e del Catechismo, alcune delle principali derive morali riguardano azioni che feriscono la vita e la dignità umana: l’odio, la violenza, l’inganno, la manipolazione, l’adulterio del cuore, la pornografia, lo sfruttamento dei più fragili, l’avidità e l’idolatria del denaro, l’ingiustizia sociale e la distruzione della vita innocente (Mt 5,21-22; Mt 5,27-28; Lc 12,15; Mt 25,45; CCC 2258-2279; CCC 2354-2356). Tra queste, la Chiesa sottolinea in particolare due realtà oggi molto dibattute: l’aborto e gli atti omosessuali. L’aborto interrompe volontariamente la vita di un innocente, un gesto che la Chiesa considera gravemente contrario alla dignità della persona umana (CCC 2270-2275). Gli atti omosessuali, seppur riguardanti adulti consenzienti, sono ritenuti moralmente disordinati perché non esprimono la complementarità uomo-donna e non sono aperti alla vita (CCC 2357). La Chiesa distingue sempre tra persona e comportamento: la persona omosessuale deve essere accolta con rispetto, compassione e delicatezza (CCC 2358), mentre gli atti non conformi al disegno di Dio devono essere rifiutati.

Chi giustifica tali comportamenti, anche senza praticarli, sbaglia profondamente, perché legittima ciò che il Vangelo condanna e offusca la verità sull’uomo. La fede cristiana non è una teoria da approvare con il pensiero: è un cammino di conversione, di coerenza, di fedeltà alla verità rivelata. Giustificare ciò che è ingiusto significa tradire il Vangelo, permettere al male di radicarsi e svuotare il cuore di libertà autentica.

Cristo non chiede perfezione, ma sincerità e coraggio. Non possiamo limitare la nostra responsabilità a evitare il peccato: dobbiamo anche opporci al male con la parola, con l’esempio e con la testimonianza. Il giudizio di Dio è la promessa che la verità avrà l’ultima parola, e solo chi vive nella luce del Vangelo sarà libero dal peccato e dalla complicità morale. Ogni cristiano è chiamato a scegliere il bene, anche quando costa, a difendere la vita e la dignità umana, e a rifiutare ogni giustificazione di atti che feriscono la persona. In questo modo, la libertà e l’amore diventano reali, e la società intera viene illuminata dalla luce di Cristo, l’unico vero giudice e Re dell’universo.

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