martedì 3 marzo 2026

Rappresaglia di Ponticelli - Cercola, “Il racconto di mio padre Mario”: memoria familiare di Gennaro Coppola

 

Il racconto di mio padre Mario”:

memoria familiare di Gennaro Coppola

La storia di Gennaro Coppola, ucciso dai tedeschi nel 1943 durante una rappresaglia nazista tra il quartiere napoletano di Ponticelli e il vicino comune di Cercola, vive ancora oggi nel ricordo della sua famiglia.

A tramandarla è la voce dell’insegnante Annamaria Coppola, figlia di Mario e nipote di Gennaro, che racconta quanto ha ascoltato per tutta la vita dal proprio padre: allora quindicenne, testimone diretto di quei giorni tragici e sopravvissuto nascondendosi con la famiglia in un ricovero vicino casa.

In questa intervista emerge una memoria intima e familiare della guerra: la paura, la perdita, la forza di una madre rimasta sola con sette figli e il desiderio, coltivato negli anni successivi, di cercare soprattutto la pace.

Maestra Annamaria Coppola, suo padre, che era presente il giorno in cui suo nonno Gennaro fu assassinato dai nazisti, le ha mai raccontato come si svolse l’esecuzione?

Nei racconti di mio padre, il nonno mandò tutta la famiglia in un ricovero vicino casa e lui rimase lì di guardia. Arrivarono i tedeschi. Uno dei due aveva riconosciuto mio nonno come il salumiere che aveva dato loro del pane nei giorni precedenti e voleva risparmiarlo; ma il suo superiore gli puntò la pistola — o comunque un’arma, non ricordo bene — alla tempia e gli intimò di ucciderlo, altrimenti avrebbe ucciso lui.

Così portarono mio nonno in campagna, dietro casa, e sotto un albero di limoni fu eseguito l’ordine.

Che cosa ricordava suo padre degli ultimi momenti trascorsi prima dell’arrivo dei tedeschi e della decisione di suo nonno di restare a casa?

Mio padre aveva 15 anni e raccontava momenti di grande terrore tutte le volte che suonava la sirena: bisognava proteggere i fratelli e le sorelle più piccoli.

Anche quel giorno corse nel ricovero vicino casa con il resto della famiglia, come il nonno aveva deciso. Fu molto duro lasciarlo lì, a casa, da solo.

Dopo l’uccisione di suo nonno, quali furono le conseguenze per la famiglia e per la vita di suo padre, ancora così giovane?

Non fu facile andare avanti, ma la nonna è stata una guerriera. Aveva sette figli: quattro maschi e tre femmine. I più grandi avevano poco più dell’età di mio padre, quindi erano tutti ancora molto giovani.

Si sono tutti rimboccati le maniche, come si suol dire, e si sono dati da fare: tanti sacrifici e tanto lavoro.

Mio padre ha sempre avuto sentimenti contrastanti nei confronti dei partigiani. In qualche modo pensava che fosse anche colpa loro, perché avevano ucciso un tedesco pochi giorni prima e tutto era iniziato per questo motivo. Era il pensiero di un ragazzino che aveva incontrato più di una volta i tedeschi e non li aveva sempre visti così cattivi; un ragazzino che aveva perso il padre in quel modo.

Ne ha sempre parlato con gli occhi velati di lacrime e, fino ai suoi 93 anni, il suo racconto è sempre stato lucido: era chiaro che gli faceva ancora molto male.

Per suo padre Mario la parola “pace” deve essere stata molto importante…

Penso che, dopo la tragedia che colpì la sua famiglia nel lontano 1943, mio padre abbia sempre cercato la pace: in famiglia, con gli amici e tra i parenti. Ricordo che voleva solo quello; diceva che era la cosa più importante.

È stato un padre con una mentalità aperta, al passo con i tempi, e ha lasciato a noi figli la libertà di scegliere e di fare, già da piccoli, ciò che volevamo. Diceva che dovevamo fare tutto quello che lui non aveva mai potuto fare e apprezzare tutto ciò che la vita ci donava.

Che significato ha avuto per la vostra famiglia il riconoscimento di suo nonno come Caduto per la Lotta di Liberazione?

Mio padre — e di conseguenza anche noi — non abbiamo mai pensato molto al riconoscimento ricevuto: non è mai stato così importante.

Fummo invitati all’inaugurazione del monumento dedicato a tutte le vittime della strage di Ponticelli e ricordo che andammo. Quel monumento, però, oggi è abbandonato a se stesso.

Con questa breve intervista, il ricordo tramandato da Annamaria Coppola restituisce una prospettiva familiare e profondamente umana della guerra. Non solo il racconto della morte di Gennaro Coppola, ma anche la vita che è continuata dopo: la fatica di crescere senza un padre, la determinazione di una madre rimasta sola con sette figli e il desiderio di pace maturato da chi, da ragazzo, aveva conosciuto troppo presto la violenza della guerra.

La memoria di questi eventi, custodita nelle storie di famiglia, continua ancora oggi a dare voce a chi li ha vissuti e a ricordarci quanto la guerra sia capace di spezzare vite, affetti e comunità. Per questo ricordare non significa soltanto guardare al passato, ma anche ribadire con forza la necessità di difendere sempre e ovunque il valore della pace, affinché tragedie simili non debbano più ripetersi. (a cura di Carlo Silvano)

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lunedì 29 dicembre 2025

Gesù di Nazareth: ebreo nella storia, non strumento ideologico

 

Gesù di Nazaret:

ebreo nella storia,

non strumento ideologico

di Carlo Silvano 

Negli ultimi tempi circolano sui social post che affermano con disinvoltura che Gesù Cristo fosse “palestinese”. Spesso queste affermazioni non nascono da uno studio serio dei Vangeli o della storia, ma da slogan ideologici proiettati sul passato per sostenere conflitti e letture politiche del presente. Il risultato è una confusione che non aiuta né la verità storica né il dialogo tra i popoli. Alla luce dei Vangeli, però, l’identità di Gesù è chiara e non ambigua: Gesù di Nazaret era ebreo.

I testi evangelici non lasciano spazio a interpretazioni arbitrarie. Gesù nasce da Maria, ebrea, ed è inserito esplicitamente nella genealogia di Abramo e di Davide. Viene circonciso l’ottavo giorno secondo la Legge di Mosè, presentato al Tempio, cresce frequentando la sinagoga, osserva il sabato, celebra le feste ebraiche e sale a Gerusalemme per la Pasqua. Parla ai “figli di Israele”, si riferisce alla Legge e ai Profeti come alla sua eredità, e dichiara di non essere venuto ad abolirli, ma a portarli a compimento. Anche i suoi interlocutori lo riconoscono come “Giudeo”, e sulla croce viene affissa l’iscrizione: “Gesù il Nazareno, re dei Giudei”. Tutto questo non è un dettaglio secondario, ma il contesto reale e concreto dell’Incarnazione.

Dire che Gesù era palestinese è un anacronismo storico. Al tempo di Gesù non esisteva una nazione palestinese in senso moderno; la regione era conosciuta come Giudea e Galilea, abitata in larga parte dal popolo ebraico e inserita nell’Impero romano. Attribuire a Gesù un’identità politica moderna significa piegare la storia a una narrazione ideologica, impoverendo il messaggio evangelico e falsando la realtà.

Questa confusione chiama in causa una responsabilità educativa seria. La scuola ha il dovere di insegnare la storia con rigore, distinguendo tra fatti, interpretazioni e propaganda. Non si rende un buon servizio alla pace deformando la verità. Anche i cattolici, e in modo particolare i sacerdoti, hanno una responsabilità ancora più grande. Annunciare Cristo significa annunciare il Cristo reale, non quello adattato alle mode culturali del momento. Tacere o lasciar passare affermazioni false sulla sua identità equivale a indebolire la fede e a rendere il Vangelo un contenitore vuoto, manipolabile.

Riconoscere che Gesù era ebreo non è una posizione politica, ma un atto di onestà storica e teologica. È proprio dalla fedeltà alle promesse fatte a Israele che nasce l’universalità del messaggio cristiano. Gesù non cancella le sue radici, le compie. Solo partendo dalla verità della sua identità si può comprendere davvero chi è Cristo e perché la sua parola parla a ogni uomo, di ogni popolo e di ogni tempo. La verità non divide: educa, libera e rende responsabili.

venerdì 5 dicembre 2025

La complicità del silenzio: quando giustificare il male ferisce la vita e l’anima

 

La complicità del silenzio:

quando giustificare il male ferisce

la vita e l’anima

di Carlo Silvano 

Nel Vangelo, Gesù è chiaro: il male non si limita a ciò che si compie, ma include ciò che approviamo nel cuore. Egli avverte che già i pensieri malvagi e le intenzioni corrotte deformano l’anima: «Dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, furti, falsi testimoni, bestemmie» (Mt 15,19). Così anche chi non compie direttamente un atto ingiusto, ma lo giustifica o lo minimizza, si rende complice di una deriva morale. La fede cristiana illumina le azioni e le scelte e invita ogni uomo a vivere secondo la verità che libera, ricordando che ciò che tolleriamo nel cuore finisce col generare male nel mondo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma chiaramente che non si è innocenti solo perché non si agisce direttamente: chi approva, difende o banalizza il male, contribuisce alla sua diffusione (CCC 1868). Questa responsabilità morale riguarda chi giustifica comportamenti contrari alla dignità umana, anche se non li pratica personalmente. È la logica dell’indifferenza, condannata da Cristo quando ammonisce: «Chi non raccoglie con me, disperde» (Lc 11,23). La complicità silenziosa permette al male di radicarsi e di sembrare normale.

Alla luce del Vangelo e del Catechismo, alcune delle principali derive morali riguardano azioni che feriscono la vita e la dignità umana: l’odio, la violenza, l’inganno, la manipolazione, l’adulterio del cuore, la pornografia, lo sfruttamento dei più fragili, l’avidità e l’idolatria del denaro, l’ingiustizia sociale e la distruzione della vita innocente (Mt 5,21-22; Mt 5,27-28; Lc 12,15; Mt 25,45; CCC 2258-2279; CCC 2354-2356). Tra queste, la Chiesa sottolinea in particolare due realtà oggi molto dibattute: l’aborto e gli atti omosessuali. L’aborto interrompe volontariamente la vita di un innocente, un gesto che la Chiesa considera gravemente contrario alla dignità della persona umana (CCC 2270-2275). Gli atti omosessuali, seppur riguardanti adulti consenzienti, sono ritenuti moralmente disordinati perché non esprimono la complementarità uomo-donna e non sono aperti alla vita (CCC 2357). La Chiesa distingue sempre tra persona e comportamento: la persona omosessuale deve essere accolta con rispetto, compassione e delicatezza (CCC 2358), mentre gli atti non conformi al disegno di Dio devono essere rifiutati.

Chi giustifica tali comportamenti, anche senza praticarli, sbaglia profondamente, perché legittima ciò che il Vangelo condanna e offusca la verità sull’uomo. La fede cristiana non è una teoria da approvare con il pensiero: è un cammino di conversione, di coerenza, di fedeltà alla verità rivelata. Giustificare ciò che è ingiusto significa tradire il Vangelo, permettere al male di radicarsi e svuotare il cuore di libertà autentica.

Cristo non chiede perfezione, ma sincerità e coraggio. Non possiamo limitare la nostra responsabilità a evitare il peccato: dobbiamo anche opporci al male con la parola, con l’esempio e con la testimonianza. Il giudizio di Dio è la promessa che la verità avrà l’ultima parola, e solo chi vive nella luce del Vangelo sarà libero dal peccato e dalla complicità morale. Ogni cristiano è chiamato a scegliere il bene, anche quando costa, a difendere la vita e la dignità umana, e a rifiutare ogni giustificazione di atti che feriscono la persona. In questo modo, la libertà e l’amore diventano reali, e la società intera viene illuminata dalla luce di Cristo, l’unico vero giudice e Re dell’universo.

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lunedì 13 ottobre 2025

Lettera al sindaco Gaetano Manfredi di Napoli su una terribile violenza a Napoli

 


Egregio Signor Sindaco Gaetano Manfredi,

Le scrivo come cittadino profondamente indignato per la terribile violenza avvenuta nei giorni scorsi a Napoli, dove una giovane donna è stata aggredita e violentata nel cuore della città. Un fatto che sconvolge e chiama tutti, istituzioni e cittadini, a una riflessione seria sul valore della sicurezza e sul rispetto della vita umana.

Sono originario della zona vesuviana e da anni vivo in provincia di Treviso, ma porto Napoli nel cuore. Proprio per questo mi rivolgo a Lei con rispetto, ma anche con fermezza: un sindaco ha il dovere primario di garantire la sicurezza dei propri cittadini, assicurando che le strade, di giorno come di notte, siano luoghi di libertà e non di paura.

Occorre agire con decisione: servono più controlli, una presenza costante delle forze dell’ordine, migliori sistemi di illuminazione e videosorveglianza, oltre a un sostegno concreto per le vittime di violenza. La sicurezza non è un privilegio, ma un diritto che va tutelato con fermezza e continuità.

Tuttavia, questo dramma mette in luce l’urgenza di rivedere, anche a livello comunale, le politiche migratorie, rendendole più rigorose e realmente sostenibili. L’accoglienza deve andare di pari passo con il rispetto delle leggi e con la tutela della sicurezza di tutti. Solo una gestione attenta e responsabile può garantire integrazione autentica e protezione sociale.

Confido nella Sua sensibilità e nel Suo impegno affinché Napoli torni a essere una città dove legalità, giustizia e solidarietà camminino insieme, e dove nessuna donna debba più temere la violenza.

Distinti saluti,

Dott. Carlo Silvano (Villorba – Treviso)

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mercoledì 10 settembre 2025

Occorre tutelare e valorizzare il quartiere di Barra a Napoli

 

Ho appena inviato per posta elettronica una lettera al Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.
Ecco il testo:
 
Oggetto: Segnalazione degrado nel quartiere di Barra - richiesta di intervento
 
Gentile sindaco Gaetano Manfredi,
 
Le scrivo da originario della Campania, residente ormai da anni in provincia di Treviso, dove le amministrazioni comunali – pur con i loro limiti – riescono a garantire una buona qualità della vita ai cittadini.
 
Desidero esprimerLe il mio profondo disappunto per le condizioni in cui ho trovato il quartiere di Barra nella giornata di domenica 7 settembre 2025.
 
Durante un breve sopralluogo, ho constatato con crescente preoccupazione che:
- le strade erano sporche e disseminate di rifiuti;
- le aiuole erano piene di immondizia;
- i tombini erano ostruiti dalla spazzatura, con il rischio concreto che, in caso di pioggia, le acque piovane non possano essere correttamente convogliate.
 
La situazione dà l’impressione di un quartiere trascurato dalle istituzioni, nonostante vi abitino persone che meritano di godere di una qualità della vita adeguata, dignitosa e pulita.
 
La invito cortesemente a considerare un intervento urgente di pulizia e manutenzione, mirando a restituire a Barra la dignità che ogni comunità cittadina merita. Sono certo che fonderà la Sua azione sulla tutela dell’ambiente urbano e sul rispetto delle aspettative dei cittadini.
 
RingraziandoLa per l’attenzione, porgo distinti saluti,
 
dott. Carlo Silvano (Villorba - Treviso)
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martedì 8 luglio 2025

Napoli nel cuore di un ragazzo di Treviso: scoperta, meraviglia e valori in un diario di viaggio

  

Napoli nel cuore di un ragazzo di Treviso:

scoperta, meraviglia e valori in un diario di viaggio

Diario partenopeo. Appunti di viaggio di un quindicenne trevigiano. Giugno 2023”, di Giuseppe Tranchese, è un libro che si presenta con la semplicità disarmante di un diario, ma che racchiude una profondità inaspettata. Attraverso lo sguardo curioso e attento di un ragazzo del Nord, si compie un vero e proprio viaggio nel cuore di Napoli, non solo come città geografica, ma come universo culturale, umano e simbolico. Il protagonista, un adolescente di quindici anni nato e cresciuto nella Marca trevigiana, racconta la sua esperienza a Napoli con uno stile diretto e autentico, capace di catturare la freschezza dell’età e, al tempo stesso, la maturità di uno sguardo che sa osservare davvero.

Il diario non si limita a descrivere monumenti o itinerari turistici, ma si concentra soprattutto sulle emozioni vissute, sugli incontri, sulle atmosfere. Ciò che emerge con forza è la capacità della città di Napoli di parlare al cuore, di coinvolgere con la sua energia vitale, con la generosità delle persone, con il fascino delle sue contraddizioni. È una città vista e vissuta da un ragazzo che non la conosceva, e che proprio per questo riesce a coglierne gli aspetti più autentici, liberi da stereotipi o preconcetti. Lo stupore di fronte al mare, i racconti ascoltati nei vicoli, i sapori gustati per la prima volta, il calore umano che sembra pervadere ogni angolo: tutto viene registrato con semplicità e partecipazione.

Il confronto tra la realtà trevigiana e quella napoletana, che attraversa in filigrana tutto il diario, è uno degli elementi più interessanti dell’opera. Non si tratta di un confronto giudicante, ma di una scoperta delle differenze come ricchezza, occasione di crescita, apertura mentale. Il ragazzo non nasconde il disorientamento iniziale, ma riesce presto a trasformarlo in meraviglia, in desiderio di comprendere, in un moto sincero di affetto per ciò che è altro da sé. È proprio in questo processo che il libro trova il suo valore educativo: insegna a guardare con occhi nuovi, a rispettare, a lasciarsi coinvolgere senza timore.

Lo stile è semplice e scorrevole, perfettamente adatto ai ragazzi, ma non banale. La scrittura è curata e ricca di sfumature, con passaggi che lasciano spazio a riflessioni, piccoli spunti storici, osservazioni sociali. Non è un testo “per ragazzi” nel senso limitante del termine: è un libro adatto a tutti, che parla con immediatezza e senza sovrastrutture, ma che offre anche profondità e spunti di riflessione per lettori adulti. È proprio questa sua natura ibrida a renderlo prezioso, capace di toccare corde diverse a seconda di chi legge.

Diario partenopeo” è anche un omaggio sentito alla città di Napoli, che si svela poco a poco nelle sue mille sfaccettature: città colta e popolare, caotica e accogliente, viva di una vitalità antica e moderna insieme. Non è una cartolina patinata, ma una narrazione vissuta, concreta, fatta di suoni, di odori, di persone vere. Napoli emerge come luogo dell’incontro, della memoria, della bellezza non convenzionale.

In poco più di cento pagine, Giuseppe Tranchese riesce a costruire un racconto che è al tempo stesso leggero e profondo, educativo e poetico. È una lettura consigliata in particolare ai giovani, perché permette loro di immedesimarsi, di sentirsi parte di un viaggio di scoperta. Ma è anche una piccola lezione di umanità per tutti: un invito a lasciarsi sorprendere, a guardare il mondo con occhi nuovi, a riconoscere valore nella diversità.

In conclusione, Diario partenopeo è un piccolo gioiello narrativo che sa coniugare autenticità e riflessione, esperienza e sentimento. Napoli, attraverso gli occhi di un ragazzo del Nord, si rivela per ciò che è davvero: una città che vive e fa vivere, che insegna ad amare, che rimane impressa nel cuore di chi sa ascoltarla.

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Il volume si può ordinare in tutte le librerie (sia fisiche che in rete). Per informazioni cliccare sul collegamento: Diario Partenopeo di Giuseppe Tranchese

 

martedì 1 luglio 2025

Carlo Silvano, Una giornata a Napoli

Una giornata a Napoli

di Carlo Silvano

Mercoledì 11 giugno, il cielo sopra Pollena Trocchia prometteva caldo e luce già dalle prime ore del mattino. Io e mio figlio S., zaino leggero in spalla e curiosità negli occhi, siamo saliti sulla Circumvesuviana, quella vecchia spina dorsale che attraversa l’umanità vesuviana tra comuni e campi incolti ingialliti dal sole. Mentre il treno cigolava verso piazza Garibaldi, la città cominciava a chiamarci: era un richiamo di voci, odori e promesse di meraviglia.

A Napoli si scende sempre in un vortice. Dalla metropolitana siamo sbucati a piazza Municipio, un cantiere eterno tra storia e asfalto dissestato, e ci siamo ritrovati subito ai piedi del possente Castel Nuovo, chiamato anche Maschio Angioino, con le sue torri grigie come antichi guardiani del tempo. Dentro, ci aspettava la Sala dei Baroni, con le sue volte alte e silenziose che sembravano custodire ancora i sussurri delle corti e dei congiurati. Abbiamo visitato la cappella, il museo civico e poi, salendo fino alle terrazze, ci siamo trovati davanti al porto: un panorama vivo, palpitante, con traghetti che andavano e tornavano dalle isole del Golfo, gabbiani che planavano sul vento e il mare che scintillava come una promessa.

A piedi ci siamo incamminati verso Port'Alba, attraversando anche vicoli stretti e pieni di voci, motorini sfreccianti e murales scoloriti. Eppure, in quel caos, Napoli mostrava la sua anima: palazzi scrostati che raccontavano secoli, balconi pieni di panni stesi come bandiere della vita quotidiana e voci che si intrecciavano come note di una canzone eterna.

A Port'Alba, tra le bancarelle di libri antichi e scoloriti, ho trovato due volumi che mi chiamavano: uno sul brigantaggio, quell’altra faccia della storia del Sud, e un altro dedicato proprio alla storia profonda e stratificata della città. Prima però ci siamo fermati nella pizzeria più antica di Napoli. Seduti a un tavolino, tra mattoni a vista e profumo di forno a legna, abbiamo gustato una fresca insalata di polpo e degli spaghetti alle cozze che sapevano di mare vero, quello vissuto, salato, ruvido.

Poi, ancora a piedi, ci siamo diretti verso la funicolare. Salire a San Martino è come salire sopra il tempo. Una volta su, Castel Sant’Elmo ci ha accolti con i suoi bastioni ampi e silenziosi. Dall’alto, la vista era mozzafiato: il Vesuvio si stagliava immobile e maestoso, le isole del Golfo – Capri, Ischia, Procida – brillavano come gemme sul velluto del mare e la città si stendeva sotto di noi, vibrante, stanca, viva.

Lì, con il vento che ci spettinava i pensieri, ho guardato mio figlio. Era assorto, col volto illuminato da quella luce intensa che Napoli sa regalare solo a chi sa guardarla davvero. Era un momento di silenzio padre-figlio, di quelli che restano impressi anche quando le parole si dissolvono.

Il ritorno, tra funicolare, metropolitana e poi di nuovo la Circumvesuviana, è stato più silenzioso. La stanchezza si faceva sentire, ma era quella bella, che profuma di scoperta.

Napoli ci ha dato molto in quel giorno. Ci ha mostrato la sua arte, la sua storia, il suo cuore indomito. Ma ci ha anche fatto riflettere. Troppe bellezze sono lasciate a se stesse. Un’Amministrazione municipale più attenta al decoro urbano, alla sicurezza, al rispetto dei suoi stessi tesori, renderebbe questa città non solo magica, ma anche accogliente e giusta per chi ci vive e per chi la visita.


Eppure, anche con le sue crepe,
Napoli resta unica. E noi, quel giorno, l’abbiamo vissuta così: pienamente, con gli occhi spalancati e il cuore aperto. Una giornata che non dimenticheremo.

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"Una ragazza da amare", di Carlo Silvano, è un romanzo breve rivolto soprattutto agli studenti e ai docenti: racconta le avventure di alcuni liceali che affrontano la grave malattia di un'amica, gli studi e un sogno musicale. Nel libro l'autore fa chiari riferimenti alla sua terra d'origine, dimostrando una vasta conoscenza della città di Napoli e facendo conoscere vie, scuole, piazze e monumenti che i suoi protagonisti frequentano. Nel romanzo i luoghi sono descritti con dovizia di particolari: chi li conosce corre ai propri ricordi, mentre chi non li ha mai visti può averne un quadro chiaro grazie alle descrizioni offerte. Gli odori, le atmosfere e il contesto della città fanno da sfondo, ma ritornano spesso. Ricorrente è il mondo della scuola: la maggior parte delle vicissitudini dei protagonisti avvengono tra i banchi del liceo e hanno, comunque, a che fare con lo studio. Il libro ha una sua precisa trama e alla fine lascia che sia il lettore a immaginare le strade che ogni personaggio può aver intrapreso. Nello stile di scrittura dell'autore appare evidente il suo approccio morale e dietro la trama e le avventure dei personaggi corre velatamente un messaggio educativo-didattico.